Le responsabilità di progettisti, fornitori e installatori

Il datore di lavoro, “in qualità di principale destinatario delle prescrizioni contro gli infortuni, prima fra tutte l’art. 2087 c.c., ha l’ obbligo di verificare, prima di consentirne l’utilizzo, che le apparecchiature fornite ai propri dipendenti siano adeguate e conformi ai precetti di sicurezza, con conseguente sua responsabilità in caso di lesioni causate dai quei vizi di progettazione e/o fabbricazione rilevabili ictu oculi con l’uso della diligenza professionale specifica insita nel sistema prevenzionale previsto dalla legge” (ad esempio con l’ausilio del servizio di prevenzione e protezione) .
Tale responsabilità non è scalfita dalla sola apposizione del marchio CE sulla macchina non conforme: “dalla mera presenza di tale marchio il datore di lavoro, infatti, non può far discendere la conformità assoluta della macchina alle norme antinfortunistiche, perché trattasi sempre di un marchio autocertificato, come tale suscettibile di errori, omissioni o addirittura attestazioni non veritiere”. Da questo punto di vista l’unico elemento che può utilizzare il datore di lavoro per escludere la propria responsabilità è “il carattere occulto del vizio della macchina: se cioè il datore di lavoro riesce a dimostrare che il vizio-causa dell’infortunio, era a lui sconosciuto e non conoscibile con la diligenza prevenzionale impostavi dalla legge, egli sarà esente da responsabilità”.

Tuttavia anche per i debitori esterni di sicurezza la giurisprudenza ha finito per individuare un’ipotesi di esclusione della loro responsabilità penale: “il costruttore, infatti, risponde per gli eventi dannosi causalmente ricollegabili alla costruzione di una macchina priva dei prescritti dispositivi di sicurezza, a meno che l’utilizzatore non abbia compiuto sulla stessa trasformazioni di natura tale da integrare una causa sopravvenuta di per sé sufficiente a determinare il medesimo evento lesivo” (Cass., 16 ottobre 2002, n. 40942 e Cass., 4 maggio 2010, n. 16941).

Riguardo alla responsabilità civile, il saggio segnala che i soggetti esterni all’azienda, sempre in caso di infortunio sul lavoro derivante dall’inosservanza degli obblighi posti a loro carico, “saranno anche responsabili civilmente nei confronti dell’infortunato o dei suoi aventi causa, nonché nei confronti dell’INAIL. In tema di responsabilità civile, essi sono considerati e definiti terzi, perché estranei sia al rapporto di lavoro che lega datore di lavoro e lavoratore infortunato, sia al rapporto assicurativo tra datore di lavoro e INAIL. La qualifica di terzo, tuttavia, non riguarda esclusivamente progettisti, fabbricanti, fornitori ed installatori ma va riconosciuta a qualsiasi soggetto responsabile dell’infortunio o della malattia professionale che, in mancanza, dei presupposti di cui al T.U. sugli infortuni (d.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124), non rivesta la posizione di assicurante e non risulti così tenuto al versamento dei premi nei confronti dell’ente previdenziale”.

Tuttavia su tale definizione è intervenuta una pronuncia delle Sezioni Unite della Suprema Corte (Cass., 16 aprile 1997, n. 3288) che, “considerando globalmente i soggetti dell’impresa quali strumenti del datore per attuare l’obbligo di sicurezza, ha ritenuto ‘terzo responsabile’, non più il soggetto estraneo al rapporto assicurativo, bensì la persona estranea al rischio aziendale e quindi all’impresa stessa”. E alla luce di questa pronuncia “la qualifica di terzo sarebbe riconoscibile in capo ai soggetti estranei all’azienda e destinatari dei precetti di cui agli artt. 22, 23 e 24 del d.lgs. n. 81/2008”.
La definizione di terzi assume dunque rilevanza “al fine di accertare la natura della responsabilità civile del terzo”.

By |2015-01-07T11:37:57+00:00dicembre 23rd, 2014|Sicurezza sul Lavoro|